Leadership : Un aspetto essenziale per il futuro delle Imprese di Famiglia

LEADERSHIP

Partiamo dal significato della parola per dire, innanzitutto, che le definizioni della leadership sono tante quante le persone che se ne sono occupate ovvero che i punti vista dai quali il concetto è stato analizzato sono numerosi e molto diversi.

Alcuni hanno ragionato sulla leadership analizzando come essa si sviluppi all’interno di una dinamica di gruppo e altri l’hanno considerata una dimensione della personalità, concentrandosi, quindi, sulle caratteristiche che una persona dovrebbe avere per essere un leader.

Altri, ancora, hanno visto la leadership come uno strumento per raggiungere risultati oppure si sono soffermati sulla capacità d’influenza o sulle tecniche di persuasione che un leader dovrebbe impiegare. Infine, e più semplicemente, c’è chi ha parlato della sua relazione con il potere o, più in generale, l’ha intesa come l’arte di crearsi un seguito.

Partirei proprio da qui e da una definizione semplice ed essenziale data dall’economista Peter Drucker, per il quale il leader è “qualcuno che ha dei follower”. Il leader è, quindi, chi ha qualcuno che lo segue. Questa può senz’altro apparire una definizione elementare, ma, in realtà, sintetizza il concetto che sta alla base della leadership: come fare a farsi seguire da qualcuno?

Il concetto di leadership presenta alcune dimensioni rilevanti. La prima è la meta ovvero l’obiettivo da raggiungere e la seconda riguarda le persone che devono essere coinvolte. Partendo da questi elementi, una prima definizione potrebbe essere questa: leadership è saper condurre le persone alla meta. È un po’ più estesa rispetto a quella di Drucker, ma non molto diversa.

Nascono a questo punto due domande. La prima è: “Di chi è la meta da raggiungere? È soltanto del leader o si tratta di una meta comune?”, mentre la seconda riguarda il perché i follower seguano il leader fino alla meta.

In generale, nella nostra quotidianità seguiamo qualcuno per le ragioni più diverse. Un primo motivo potrebbe essere, per esempio, che questo qualcuno ci obbliga a seguirlo e un secondo potrebbe essere ciò che ci promette se accettiamo di seguirlo. Forse lo seguiamo perché è il solo a conoscere la strada e a sapere dove andare oppure perché, a differenza degli altri, sa che cosa fare. Altre volte un gruppo segue un leader perché ha la capacità necessaria a integrare persone e personalità diverse tra loro o, ancora, perché possiede carisma e passione ovvero ha una forza misteriosa che fa in modo che gli altri lo seguano.

Il motivo principale per il quale si segue un leader può essere così sintetizzato: è dotato di una qualche specie di potere.

L’economista e sociologo tedesco Max Weber definiva il potere come “la possibilità che un individuo, agendo nell’ambito di una relazione sociale, faccia valere la propria volontà anche di fronte a un’opposizione”. In effetti, le dinamiche che si creano tra leader e follower hanno questa caratteristica: se qualche volta il follower non è d’accordo, il leader può far valere la propria volontà. Weber sosteneva che questo potere poteva derivare dalla percezione di legittimità del potere da parte di chi ne è soggetto oppure da una mera posizione di forza.

In altre parole, il potere come tale è riconosciuto legittimo da chi ne è soggetto e questo riconoscimento può basarsi sul ruolo formale del leader, quindi sulla sua autorità o sulla carica che ricopre oppure sulle sue doti personali. Liberamente tradotto, il potere si basa su quella che si chiama comunemente “autorevolezza”.

Chiariamo subito che non vi è leadership, ma piuttosto violenza, quando il potere è esercitato in modo non legittimo, ossia non è riconosciuto da chi ne è soggetto. Teoricamente, tutti possiamo costringere qualcuno a fare ciò che gli diciamo puntandogli contro una pistola, ma questo non farà certo di noi dei leader o trasformerà la nostra vittima in un follower.

La leadership è tale se il potere è riconosciuto come legittimamente esercitabile e possiamo, quindi, immaginare che possa essere esercitata attraverso due modalità, entrambe legittime. La prima è quella di una leadership autoritaria, basata sul potere attribuito e

riconosciuto al leader di avere la facoltà di prendere decisioni e di distribuire premi o punizioni. La seconda è quella di una leadership autorevole, che si basa sulla comprensione e sulla condivisione degli scopi, dei ragionamenti e delle decisioni del leader.

A questo punto si può dare una seconda definizione di leadership che mi sembra più completa: leadership è saper condurre le persone a una meta esercitando un potere condiviso e riconosciuto come legittimo.

L’insieme di innovazione tecnologica, di globalizzazione e di saturazione dei mercati sembra aver prodotto effetti dirompenti, tra i quali, in particolare, l’aumento delle variabili in gioco e soprattutto il moltiplicarsi delle interrelazioni tra le variabili. Ormai è quasi impossibile prevedere il futuro e di conseguenza, poiché è proprio sulla base delle previsioni che si definiscono le strategie, il rischio di scelte sbagliate aumenta esponenzialmente.

Un altro effetto dirompente è che il ciclo di vita dei prodotti, degli equilibri organizzativi e delle competenze delle persone e delle organizzazioni sono sempre più brevi. Ogni buona idea esaurisce il proprio effetto in poco tempo.

Le conseguenze che le mutazioni del contesto comportano per le organizzazioni sono essenzialmente di due tipi. La prima è che diventa necessario utilizzare l’intelligenza di tutti, perché l’intelligenza del superiore non è più sufficiente. Quanti capolavori hanno realizzato nella loro vita intera Michelangelo o Beethoven? Quante teorie rivoluzionarie hanno prodotto nella loro intera vita Newton o Einstein? Quante soluzioni giuste, idee di business geniali e innovative possono avere in serbo singole persone nella loro intera vita?

È pertanto imprescindibile l’intelligenza di tutti, intesa non tanto come somma di quelle individuali ma come moltiplicazione delle singole intelligenze, per arrivare a un’intelligenza collettiva. È quindi necessario che le persone all’interno di organizzazioni apprendano a vivere, a lavorare e a muoversi insieme, in altre parole a essere un team.

Se consideriamo la leadership come la guida di un team, va da sé che non potrà essere leader chi si preoccupa unicamente del proprio rapporto con i singoli individui, bensì chi si porrà il problema del rapporto con i singoli, con l’insieme e tra i singoli tra di loro.

La leadership di oggi è quindi quella in grado di creare e di condurre un team.

Un team esiste quando vi è coinvolgimento, ossia quando gli individui che compongono una organizzazione non conoscono soltanto i propri compiti e gli obiettivi specifici ma anche e soprattutto il perché, il come e il cosa che l’organizzazione vuole ottenere.

Un team esiste se c’è condivisione ovvero se gli individui condividono i vantaggi che derivano dai risultati conseguiti dall’organizzazione.

In altre parole, c’è coinvolgimento se le singole persone che compongono l’organizzazione pensano di poter trarre vantaggi individuali dal raggiungimento degli obiettivi comuni.

Un team esiste se c’è fiducia ovvero quando le persone che compongono un’organizzazione sono consapevoli che i suoi altri membri (tutti o almeno la maggior parte) hanno le competenze richieste per svolgere il proprio compito. Pertanto, non devono soltanto condividere lo scopo comune, ma anche e soprattutto la voglia di contribuire alla sua realizzazione.

Infine, un team esiste se vi è responsabilità ovvero se i suoi membri si assumono la responsabilità del raggiungimento non soltanto del proprio obiettivo individuale ma anche di quello della meta dell’intera organizzazione.

È ciò che si verifica normalmente in un team sportivo, nel quale un giocatore ha ben in mente, indipendentemente dal proprio ruolo, il risultato finale della partita o del campionato e se ne sente responsabile.

Ma tutto questo può avvenire soltanto se gli individui che compongono l’organizzazione, da un lato, sentono di avere il potere oggettivo di influenzare il modo di raggiungere gli obiettivi e, dall’altro, ritengono, soggettivamente di avere il potere di influenzare il modo di raggiungerli. Il leader di un team dovrà dunque coinvolgere le persone rispetto all’obiettivo, comunicare con loro e formarle a svolgere il lavoro e, soprattutto, a capire lo scopo, il senso e le logiche del gioco che stanno facendo insieme.

Il leader dovrà condividere e mettere in piedi meccanismi premianti tangibili e intangibili, tesi a far convergere gli obiettivi degli individui e quelli dell’organizzazione. Dovrà generare fiducia e dovrà, prima di tutto, essere riconosciuto come persona onesta dal punto di vista intellettuale, ma, soprattutto, dovrà essere capace di comunicare, di ascoltare e di creare continui contatti con e tra le persone.

Il leader dovrà generare responsabilità e questo si può fare attraverso la delega, la formazione e, soprattutto, attraverso una quotidiana educazione alla responsabilità. Nel team ciascun componente penserà sempre che, se qualcosa non funziona, trovare la soluzione è compito di tutti.

A questo punto vediamo alcune domande retoriche che riguardano la meta ovvero lo scopo da raggiungere: il potere e il perché le persone seguono qualcuno. In un team:

  • Chi ha il potere di stabilire la meta comune e i modi per raggiungerla? Il leader da solo o insieme ai follower?
  • Su cosa si deve basare il potere legittimo di un leader? Autorità, autorevolezza o entrambe?
  • Le persone seguono il leader soltanto perché si aspettano un premio o una punizione, e perché motivate dalla meta in se stessa o per entrambi i motivi?
  • I follower sono meri esecutori o protagonisti della vita del team?

    Come rispondereste a queste domande se si trattasse della vostra impresa di famiglia?

    Sono convinto che dareste risposte tali che, a questo punto, si può dare una terza e più completa definizione di leadership che, se la vostra è un’organizzazione di successo, non può che essere la seguente: leadership è saper condurre persone libere, consapevoli, capaci, coese, convinte e responsabili verso uno scopo comune e condiviso, anche attraverso un uso discreto del potere legittimo da loro riconosciuto.

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